Lunedì 17 Dicembre 2007, 10:29

Il senso della vita


Capita a volte che ci si interroghi su domande di vita elementari nella loro formulazione, la cui risposta è terribilmente lontana: Essere o non essere? Qual è il senso della vita? Perché questo mondo è così sbagliato? Perché tanti credono in Dio? Qual è il participio passato del verbo soccombere? Perché sembriamo una macchina perfetta e alla fine moriamo lo stesso? Cosa succede dopo la morte?


Postato da Giosp
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Lunedì 12 Novembre 2007, 18:24

Please consider the environment before printing this post


Da bambino avevo la vena ambientalista. Ero un patito del riciclaggio della carta, e fiero di essere nella mia classe quello che portava più scatoloni alla campana arancione.
Ora mi rendo conto che quello che può fare un singolo, o una famiglia, è ben poca cosa. Nel mio ufficio in cinque consumiamo una risma in due giorni (e consumiamo pochissimo), mentre a casa la stessa risma mi dura quasi un anno. Quello che fa più rabbia è che un quarto della carta viene buttata via appena stampata o viene stampata per niente. Il fax sforna carta a volontà, e pensare che nel 2007 (quasi 2008) l’e-mail dovrebbe averlo soppiantato. Eppure…
Eppure si contiua a stampare, stampare su carta… neanche fosse l’acqua sporca che piove dal cielo.
E così, pur continuando a sprecare il meno possibile, un terribile senso di impotenza mi pervade. La gente in generale è stupida, e non ha voglia di cambiare. La carta è poca cosa, le foreste, l’inquinamento, l’ambiente non è il problema, è il mondo che non funziona.


Postato da Giosp
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Mercoledì 24 Ottobre 2007, 10:43

Nullonia, 6 mesi dopo


Quanto è passato? Mezzo anno? Quasi, fra due giorni.
Pensavo che forse non vedere il blog come un impegno mi aiuta a fregarmene se ho da scrivere qualcosa solo una volta al mese.
E poi per il resto ci sono i feed.

(In realtà lo faccio solo per la grafica)


Postato da Giosp
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Giovedì 26 Aprile 2007, 16:19

Vita in toni di nero


Il nero, come il bianco, sta bene con tutto.
Come faccia a succedere che tutto in questo mondo gira storto probabilmente non lo sa nessuno, però gira storto, e girò storto (quando, dove, come, perché?) anche al nero. E finì che il nero spesso evoca situazioni in cui non ci si vorrebbe mai trovare. Lugubri vesti nere ricoprono le vecchiette del sud dai capelli grigi fin dal giorno della morte del loro marito, e a guardare quelle forme ombrose quasi sfugge se tali donne hanno un sorriso sincero stampato sulle labbra. Quel manto è la loro uniforme, l’uniforme della vita in toni di un nero che rievoca il momento più sbagliato e più insensato di tutta la storia umana: la morte.
Noir, nero, genere letterario e cinematografico incentrato su vicende cruente e caratterizzato da atmosfere cupe e violente.
Croncaca nera.
Una giornata nera.
E finì, quel giorno in cui tutto al nero girò storto (la sua personalissima giornata nera), che diventò il colore che non va bene.
Dovrebbe quindi un bicchiere di Guinness, nera (nonché mia principale musa ispiratrice), evocare tristezza o violenza? Non credo sia possibile, o forse è un mio limite non essere capace di immaginarlo.
Il nero, come il bianco, sta bene con tutto. Sta bene con un’allegra scampagnata, con uno sketch comico, con una romantica storia d’amore. Ogni cosa appare nera alla vista se non è illuminata. Addirittura, il nero è l’unico colore che non ha bisogno degli occhi per essere compreso. Il cielo, quel cielo in cui guardiamo cercando l’universo, non è azzurro come l’atmosfera ce lo fa vedere nei giorni più belli, ma nero. Nero perché il nero è il colore del nulla, e il cielo è nulla, un nulla in cui c’è tutto l’universo.
Quando, qualche mese fa, ho scritto Ragazza col turbante, volevo riuscire a esprimere questo pensiero. Non so se ci sono riuscito bene, se ho usato le parole giuste, se ho scelto il punto migliore di tutto il racconto. A mio modesto parere no, ma finora non sono riuscito a fare di meglio.
Ma quella della parola giusta è una ricerca che continua all’infinito, “infinito come il nero, nero come l’infinito”. Quello che resta è una vita in toni di nero, dove tutto e nulla trovano posto insieme, nero che ci sarà ogni giorno, per sempre, perché il nero, come il bianco, sta bene con tutto.


Postato da Giosp
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Giovedì 26 Aprile 2007, 16:06

Ragazza col turbante


Il colore dell’infinito è il nero. Oltre il nero c’è tutto e tutto è nel nero. Nel nero puoi specchiarti e ripercorrere la metà infinito dietro le tue spalle. Il nero trattiene la luce, divenendo un centro di gravità, un sole nero verso cui tutto converge. Il nero è assenza di luce.
In mano la sua pinta di Guinness, nera, ne osservò concentrata il suo trasformarsi da torbido a limpido. Era la sua prima volta, la prima volta di una birra nera, di un pub irlandese (non sapeva come, ma aveva sempre creduto che i pub irlandesi fossero verdi come quella terra), quasi la prima volta di una bevanda alcolica. In una casa di mezzi astemi praticamente non circola alcol, e la casa dei suoi, quella che fino a solo pochi giorni prima era stata anche la sua casa, non faceva eccezione. Le volte che con gli amici usciva, bere per la compagnia significava riempire lo stomaco di coca-cola, gazose e succhi di frutta. Aveva tentato con la birra normale, ma le aveva dato subito il mal di testa. L’odore degli alcolici più forti quasi la nauseava.
Quella sera, al contrario, teneva in mano un sole nero, l’infinito verso cui tutto converge. Un sole freddo, il suo bicchiere, freddo come l’assenza di luce, gelido come l’infinito.
Da quando, l’ultima estate trascorsa, aveva conosciuto il dipinto di Jans Vermeer della Ragazza col turbante, la sua visione dell’infinito aveva assunto una connotazione ben più reale e tangibile di quanto lo fosse prima. Lei, mai avvezza a nessuna forma di arte, amava contemplare le opere esposte nei musei, esibite nei teatri, ordinate negli scaffali delle biblioteche, e dedicava loro tutto il tempo e l’emozione che poteva, e talvolta oltre le sue possibilità.
Medesime erano le sue intenzioni quel giorno d’estate durante il soggiorno in Olanda.
Fu quando osservò con i suoi occhi quel quadro di Jans Vermeer che si trovò specchiata nell’infinito.
Nero, come l’infinito.
Infinito, come il nero.
Lo sfondo nero, l’orecchino di perla, la ragazza, il turbante.
Oltre il nero c’è tutto e tutto è nel nero.
La ragazza col turbante e con l’orecchino di perla, lei nel nero, nell’infinito, lei luce nelle tenebre, faro della notte. Lei con il potere di porsi nell’infinito e farsi guardare, guardare indietro, occhi che si specchiano negli occhi, infiniti, anch’essi.
I suoi amici intorno a lei, intenti a ridere, scherzare, a integrarsi in quel brusio generale di cui era satura l’aria. Continuava a fissare e contemplare il bicchiere, al cui interno la birra aveva finalmente raggiunto la limpidezza. Teneva il bicchiere sospeso all’altezza dei suoi occhi, dritto, delicato, e lì, come aveva imparato a fare in ogni cosa nera, vi trovò l’infinito. Così acuì lo sguardo e cercò se per caso in quell’infinito ci fosse qualche traccia della ragazza col turbante, quell’immagine fatidica che rimpiangeva di non avere conosciuto prima.
Ne aveva già sentito parlare, del romanzo, del film, che era ispirato a un romanzo che era ispirato a un quadro. Ma non aveva mai approfondito, perché d’altronde i film sono così tanti e i romanzi sono così tanti e i quadri sono così tanti che non si può approfondire tutto. Quasi non conosceva Jans Vermeer, i suoi dipinti, la sua storia da squattrinato artista talmente lento da sembrare pigro, talmente lento da essere costretto a vendere i quadri del padre per campare, perché con i suoi di certo non poteva sfamare le decine di figli che procreava.
E più di tutto rimpiangeva di non aver potuto conoscere la ragazza con l’orecchino di perla, quella che aveva ispirato tanti altri artisti, quella che ispirava anche lei, che artista non era; quella che, più o meno inconsciamente, desiderava essere, impersonare, vivere.
L’orecchino di perla, la sua storia, il suo intrigo, il suo significato, l’orecchino di perla non le importava niente. Le sue labbra rosse, poco. Era il turbante blu che più di tutto desiderava. Quel blu intenso, poderoso, sconsiderato, capace di irrompere nell’infinito, il nero. Avrebbe voluto che fosse suo, il blu, il turbante, avrebbe voluto indossarlo come copricapo, guardare indietro e al di là dell’infinito, sicura di non scivolare via.
Scivolò, la birra nera, dai suoi occhi alla sua bocca, e poi da lì al palato, al senso del gusto, all’esofago, allo stomaco.
La bevve, le piacque, tornò a far parte della vita dei suoi amici, e loro della sua, dopo quei pochi istanti in cui esplorò nuovamente l’infinito. Era stato emozionante, di nuovo e come sempre sarebbe stato. Lo aveva trovato più vuoto, rispetto all’infinito della ragazza col turbante. Più vuoto, ma più pieno, perché gravido del vuoto nella sua interezza, perché il nero è assenza di luce, e il nero trattiene la luce.
Rise con i suoi amici, era buona la birra, e dopo una pinta ancora non dava segni di squilibrio, era nera la birra.
Le proposero un altro giro, ma lei no, disse, non poteva reggerne un altro, era la prima volta, magari la settimana dopo, magari doveva prima farci l’abitudine, le sarebbe piaciuto rivivere l’infinito in un bicchiere.
Ma poi non resistette a specchiarsi nuovamente nel bicchiere pieno portato all’amica al suo fianco. Chiuse gli occhi un istante e carpì quella sensazione per tutta la notte, anche quando, fuori del pub, il cielo infinito si aprì ai suoi occhi, quando cullò nel suo cuore il pensiero romantico che il cielo in realtà non è azzurro ma nero. Così immaginò, e sognò, che forse anche lei, con quel turbante blu, avrebbe potuto essere nell’infinito e risaltare nell’infinito, contare, sapersi presente, viva, luminosa, agli occhi di qualcuno.


Postato da Giosp
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Martedì 24 Aprile 2007, 14:43

Grazie ragazzi


Quasi mi dispiace cominciare parlando dello scudetto perché potrebbe dare a pensare che a Nullonia si parlerà di sport.
Il che è vero, in parte. Perché nel nulla ci sta tutto, quindi lo sport come mille altri argomenti.
L’Inter ha vinto lo scudetto dopo pochi mesi dall’ultimo trionfo, non diciott’anni come dicono tutti. Certo fa molta differenza apprendere dal televideo che all’Inter è stato assegnato lo scudetto o sentire Scarpini urlare “Campioni d’Italia” mentre sul video scorrono le immagini dei giocatori in festa, passare tutta la sera a guardare i video del trionfo o (e meglio se possibile) festeggiare per le strade o in Piazza Duomo aspettando i tuoi beniamini.
E così finalmente ce l’abbiamo fatta, a vincere uno scudetto come si deve. È il primo della mia vita, considerato che nel 1989 ero ben lontano dall’essere in grado di intendere e di volere calcisticamente parlando.
Inutile descrivere la gioia, siate interisti e capirete. Voglio ringraziare, pur sapendo che le mie parole mai usciranno dal paese del nulla. Voglio ringraziare il Presidente per la sua generosità e il suo amore (continuo a pensare che non capisce molto di calcio, ma continuo a pensare che se in questi anni non abbiamo vinto niente non è affatto colpa sua). Il Capitano, per essere sempre il mitico Trattore che ho visto la prima volta che sono stato allo stadio dodici anni fa, sempre fedele, sempre interista, a dare il massimo e un po’ di più anche se ce ne sono tanti che hanno i piedi migliori dei suoi. Matrix, che ho sempre difeso e considerato un campione, al contrario del resto d’Italia che se ne è accorta solo ai mondiali. Arma Letale, perché, pur avendo giocato nel Milan e in mille altre squadre, commosso citava la gente come Zanetti appena vinto il campionato. Poncharello, per esserci sempre quando ce n’è bisogno. El Cuchu, per essere il migliore. Ibra, il Genio, perché se non ci fossero quelli come lui il calcio sarebbe noia.
E Jordan, mio compagno delle scuole medie, con cui eccetto qualche partita a Super Mario Bros e il cuore nerazzurro non avevo niente in comune, per avermi insegnato a dire “Noi” quando si parla di Inter.
Grazie ragazzi!!!


Postato da Giosp
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Venerdì 20 Aprile 2007, 17:11

Welcome to Oblivion


Solo un cartello, ai confini dell’oblio, scritto in caratteri gaelici: Nullonia.


Postato da Giosp
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