Giovedì 26 Aprile 2007, 16:06

Ragazza col turbante


Il colore dell’infinito è il nero. Oltre il nero c’è tutto e tutto è nel nero. Nel nero puoi specchiarti e ripercorrere la metà infinito dietro le tue spalle. Il nero trattiene la luce, divenendo un centro di gravità, un sole nero verso cui tutto converge. Il nero è assenza di luce.
In mano la sua pinta di Guinness, nera, ne osservò concentrata il suo trasformarsi da torbido a limpido. Era la sua prima volta, la prima volta di una birra nera, di un pub irlandese (non sapeva come, ma aveva sempre creduto che i pub irlandesi fossero verdi come quella terra), quasi la prima volta di una bevanda alcolica. In una casa di mezzi astemi praticamente non circola alcol, e la casa dei suoi, quella che fino a solo pochi giorni prima era stata anche la sua casa, non faceva eccezione. Le volte che con gli amici usciva, bere per la compagnia significava riempire lo stomaco di coca-cola, gazose e succhi di frutta. Aveva tentato con la birra normale, ma le aveva dato subito il mal di testa. L’odore degli alcolici più forti quasi la nauseava.
Quella sera, al contrario, teneva in mano un sole nero, l’infinito verso cui tutto converge. Un sole freddo, il suo bicchiere, freddo come l’assenza di luce, gelido come l’infinito.
Da quando, l’ultima estate trascorsa, aveva conosciuto il dipinto di Jans Vermeer della Ragazza col turbante, la sua visione dell’infinito aveva assunto una connotazione ben più reale e tangibile di quanto lo fosse prima. Lei, mai avvezza a nessuna forma di arte, amava contemplare le opere esposte nei musei, esibite nei teatri, ordinate negli scaffali delle biblioteche, e dedicava loro tutto il tempo e l’emozione che poteva, e talvolta oltre le sue possibilità.
Medesime erano le sue intenzioni quel giorno d’estate durante il soggiorno in Olanda.
Fu quando osservò con i suoi occhi quel quadro di Jans Vermeer che si trovò specchiata nell’infinito.
Nero, come l’infinito.
Infinito, come il nero.
Lo sfondo nero, l’orecchino di perla, la ragazza, il turbante.
Oltre il nero c’è tutto e tutto è nel nero.
La ragazza col turbante e con l’orecchino di perla, lei nel nero, nell’infinito, lei luce nelle tenebre, faro della notte. Lei con il potere di porsi nell’infinito e farsi guardare, guardare indietro, occhi che si specchiano negli occhi, infiniti, anch’essi.
I suoi amici intorno a lei, intenti a ridere, scherzare, a integrarsi in quel brusio generale di cui era satura l’aria. Continuava a fissare e contemplare il bicchiere, al cui interno la birra aveva finalmente raggiunto la limpidezza. Teneva il bicchiere sospeso all’altezza dei suoi occhi, dritto, delicato, e lì, come aveva imparato a fare in ogni cosa nera, vi trovò l’infinito. Così acuì lo sguardo e cercò se per caso in quell’infinito ci fosse qualche traccia della ragazza col turbante, quell’immagine fatidica che rimpiangeva di non avere conosciuto prima.
Ne aveva già sentito parlare, del romanzo, del film, che era ispirato a un romanzo che era ispirato a un quadro. Ma non aveva mai approfondito, perché d’altronde i film sono così tanti e i romanzi sono così tanti e i quadri sono così tanti che non si può approfondire tutto. Quasi non conosceva Jans Vermeer, i suoi dipinti, la sua storia da squattrinato artista talmente lento da sembrare pigro, talmente lento da essere costretto a vendere i quadri del padre per campare, perché con i suoi di certo non poteva sfamare le decine di figli che procreava.
E più di tutto rimpiangeva di non aver potuto conoscere la ragazza con l’orecchino di perla, quella che aveva ispirato tanti altri artisti, quella che ispirava anche lei, che artista non era; quella che, più o meno inconsciamente, desiderava essere, impersonare, vivere.
L’orecchino di perla, la sua storia, il suo intrigo, il suo significato, l’orecchino di perla non le importava niente. Le sue labbra rosse, poco. Era il turbante blu che più di tutto desiderava. Quel blu intenso, poderoso, sconsiderato, capace di irrompere nell’infinito, il nero. Avrebbe voluto che fosse suo, il blu, il turbante, avrebbe voluto indossarlo come copricapo, guardare indietro e al di là dell’infinito, sicura di non scivolare via.
Scivolò, la birra nera, dai suoi occhi alla sua bocca, e poi da lì al palato, al senso del gusto, all’esofago, allo stomaco.
La bevve, le piacque, tornò a far parte della vita dei suoi amici, e loro della sua, dopo quei pochi istanti in cui esplorò nuovamente l’infinito. Era stato emozionante, di nuovo e come sempre sarebbe stato. Lo aveva trovato più vuoto, rispetto all’infinito della ragazza col turbante. Più vuoto, ma più pieno, perché gravido del vuoto nella sua interezza, perché il nero è assenza di luce, e il nero trattiene la luce.
Rise con i suoi amici, era buona la birra, e dopo una pinta ancora non dava segni di squilibrio, era nera la birra.
Le proposero un altro giro, ma lei no, disse, non poteva reggerne un altro, era la prima volta, magari la settimana dopo, magari doveva prima farci l’abitudine, le sarebbe piaciuto rivivere l’infinito in un bicchiere.
Ma poi non resistette a specchiarsi nuovamente nel bicchiere pieno portato all’amica al suo fianco. Chiuse gli occhi un istante e carpì quella sensazione per tutta la notte, anche quando, fuori del pub, il cielo infinito si aprì ai suoi occhi, quando cullò nel suo cuore il pensiero romantico che il cielo in realtà non è azzurro ma nero. Così immaginò, e sognò, che forse anche lei, con quel turbante blu, avrebbe potuto essere nell’infinito e risaltare nell’infinito, contare, sapersi presente, viva, luminosa, agli occhi di qualcuno.


Postato da Giosp
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